Il Vangelo della Domenica
XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
(Mt 11,25-30)
In quel tempo Gesù disse: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te. Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare. Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero».
Questo tempo d’estate sembra proprio ispirare la liturgia nel riportare la nostra immaginazione al tempo nostalgico della Missione, vissuta da Gesù e dai suoi discepoli nell’amata Terra di Galilea, e particolarmente in quella regione caratterizzata da colline e valli verdeggianti che a sud e a est sono lambite dalle acque del lago di Tiberiade, chiamato pure mar di Galilea.
Lo storico ebreo Giuseppe Flavio descrive questa parte della Galilea come “ubertosa e ricca di pascoli e di alberi di ogni specie (…..), affermando che vi sono pure molte città e dovunque un gran numero di villaggi densamente popolati, a motivo del benessere…”.
In questa Terra amata da Dio, vediamo Gesù che annuncia il Regno dei Cieli, ma, in questo ambito particolare, loda il Padre e, nello stesso tempo, invita i suoi discepoli e le folle della Galilea a riporre in lui il loro cuore affaticato e oppresso.
Il testo evangelico è particolarmente caro a tutti noi cristiani che siamo stati chiamati a vivere una santità non costruita su gesti eclatanti e clamorosi, né su azioni straordinarie, ma una santità semplice, come il cuore di Gesù, riponendo in Lui la nostra stanchezza, fatica, oppressione, per trovare il suo fresco e divino ristoro.
Avrete, ormai, intuito che, pur essendo breve, il brano evangelico mi è particolarmente caro. Anche perché è un riferimento biblico del culto del Sacro Cuore di Gesù, risalente al tredicesimo secolo. Tale spiritualità ha forgiato una lunga catena di anime straordinarie come Bernardo di Chiaravalle, Walther von der Vogelweide, Matilde di Magdeburgo, Matilde di Hackeborn, Gertrude di Helfta: la teologa del Sacro Cuore, e, per venire agli ultimi secoli, la religiosa visitandina Margherita Maria Alacoque, grazie alla quale il culto del Sacro Cuore si è diffuso, gradualmente ed inesorabilmente, in tutto il mondo; e poi Padre Pio da Pietrelcina, altro insigne mistico del Sacro Cuore di Gesù.
Il tempo storico nel quale va inquadrato il brano evangelico è quello che rivela un Gesù molto umano che, dopo i successi iniziali della sua missione, prova un senso di disillusione e di amarezza, perché l’annuncio del Regno non pare essere ascoltato dalle folle di Galilea.
Alle folle Gesù non ha delineato un Regno politico. Non ha presagito, certamente, il trionfo sulle ingiustizie, la vittoria sul male, la liberazione del popolo dai grandi e piccoli tiranni: da Erode e dal potere romano, per scendere agli odiati esattori delle tasse per conto degli stessi romani. Gesù ha indicato un nuovo cammino, una nuova vita, una nuova nascita, anzi una rinascita sotto l’azione dello Spirito di Dio. Una ricreazione dell’umanità che parta dall’interno dell’uomo e non dall’esterno, che è incapace di qualsiasi liberazione dell’uomo e di costruzione di un mondo nuovo. Il Regno da Lui annunciato è già presente in mezzo agli uomini. Ma è una presenza che va accolta, vissuta, partecipata. È la presenza del Figlio del Dio vivente, che indica a ognuno la via più facile e difficile, nel contempo. Non la via della liberazione umana per mezzo della violenza, ma quella della liberazione dei cuori dal peccato, per mezzo dello Spirito di Cristo che ricrea a nuova vita. La liberazione dell’uomo parte dal di dentro: dal suo cuore. È una lotta continua al male e al peccato, per lasciare spazio alla presenza di Dio, che crea, rinnova e santifica.
Poco prima di dire queste parole che abbiamo ascoltato, Gesù ha pronunciato una serie di duri rimproveri verso le città del lago, quelle stesse nelle quali ha compiuto il maggior numero di miracoli e che, pure, non si sono convertite al suo annuncio. Si aspettavano ben altro da Lui, ma non hanno colto l’essenza del suo sublime messaggio divino, capace di indicare loro un’altra dimensione per realizzare veramente un’umanità nuova. Se avessero ascoltato attentamente il suo Discorso della Montagna e, soprattutto, se l’avessero accolto nel loro cuore, tutto sarebbe stato diverso. Gesù, invece, è rifiutato proprio da coloro che si sentono più vicini alla Legge di Dio e, quindi, al Dio della rivelazione biblica. A loro ha annunciato che il Regno di Dio è vicino. Anzi, è in mezzo a loro. Ma non hanno saputo e voluto riconoscerlo. Non hanno capito che il Regno non viene nella potenza delle armi, ma nella semplicità e nell’umiltà di Colui che lo proclama, e che è il Figlio di Dio diletto. Quale insegnamento sublime viene da Lui! Tuttavia le parole di Gesù non si soffermano su questo parziale insuccesso della sua missione. Egli sa che c’è un popolo che lo segue: è il popolo degli anawim, di coloro che non hanno niente: né ricchezze, né privilegi, né poltrone, né ruoli di prestigio, né stima negli altri. Sono coloro che si sono affidati totalmente alla Parola di Gesù e sanno che non è parola di uomini, ma Parola di Dio. Di quello stesso Dio che non è venuto a eliminare del tutto le ingiustizie e le sofferenze, ma a conferire ad esse un senso prezioso e a rinnovare, dal di dentro, la faccia della Terra. Per operare questo cambiamento e questa rigenerazione, Gesù utilizza quello stesso seme del Regno di Dio che, attraverso la sua Parola, entra nel cuore dell’uomo per fermentare, dilatare ed espandersi fino a raggiungere ogni creatura. Questa Parola di Gesù, dilatata dalla potenza della risurrezione e dal dinamismo dello Spirito di Dio, avrà una funzione rigenerante per questa nostra storia umana, facendola divenire Storia Divina. Un ruolo fondamentale, in questo Regno che si diffonde in modo invisibile ma tangibile, sarà proprio quello degli umili, dei poveri in spirito, di coloro che lasceranno operare pienamente lo Spirito di Cristo nella loro vita. Sono gli ascoltatori del sermone della montagna: i veri beati.
NEL CUORE DI DIO LA MISTICA
Ed è a loro che pensa Gesù nel momento in cui eleva questa bellissima lode al Padre Celeste: “Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te. Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare”.
Gesù ha visto che i sapienti ed i dottori della Legge lo hanno rifiutato. Ha provato il rifiuto dei farisei, troppo ancorati ai loro precetti vuoti e innumerevoli, scritti da mani d’uomo e non opera della sapienza di Dio. Ha saggiato la sofferenza morale del rifiuto di quel Regno che, pure, era atteso da tutti in Israele.
“Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli”. Dio si rivela e si comunica ai piccoli. C’è tutta una teologia della piccolezza e dell’umiltà che attraversa i quattro vangeli, rivelandoci – anche se ancora non lo abbiamo compreso profondamente – che il Dio delle galassie e dell’universo intero ama comunicare la sua gioia, il suo amore, la sua tenerezza ai piccoli e agli umili, mentre preferisce nascondersi ai sapienti e ai potenti della Terra. Perché, come conferma Gesù, “così è piaciuto a te. Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare”.
Questa mutua conoscenza del Padre e del Figlio è riflessa, riverberata, irradiata in ogni discepolo di Gesù, e quindi in ognuno di noi. Ricevendo l’adozione a figli, noi diveniamo intimamente partecipi della Vita che scorre nella Trinità. E più siamo piccoli e umili, più questo Dio trinitario si dona largamente a noi, manifestandosi e facendosi conoscere nell’amore. Perché c’è una profonda connessione tra la conoscenza e l’amore.
Ce lo fa capire anche san Paolo nella lettera ai Galati: “Ma quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l'adozione a figli. E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre!”. Subito dopo, Paolo aggiunge: “avete conosciuto Dio, anzi da lui siete stati conosciuti”.
Ma noi sappiamo che Dio ci conosce da sempre. Questa conoscenza, di biblica memoria, indica un rapporto profondo, intimo, essenziale tra l'uomo e il suo Dio. È un sentimento di amore profondo che si riversa in ogni uomo che accoglie Gesù e la sua Parola.
C’è un altro passaggio significativo di questo brano evangelico che rende Gesù così vicino al nostro cuore umiliato e oppresso. Prima, Egli ha lodato il Padre perché ha rivelato le cose più grandi ai più piccoli. Ora si rivolge direttamente ai piccoli, agli umili, a coloro che soffrono, agli oppressi: “Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò”.
Che ristoro, che beneficio può venire a chi geme sotto il peso del dolore, dell’umiliazione, della sopraffazione, della sventura, dell’agonia?
Il verbo greco anapauô ha vari significati abbastanza simili: confortare, rasserenare, dare riposo, tenere calmo, rinfrancare. Certamente Gesù vuol manifestare la sua tenerezza verso tutti coloro che sono affaticati ed oppressi. La sua Parola capovolge radicalmente un'idea molto diffusa nel popolo di Israele, e cioè che ogni sofferenza sia causata dall’abbandono di Dio. Un giudizio fin troppo umano, che sopravvive ancora oggi, perfino nel mondo cristiano.
Gesù, invece, dice tutto il contrario: “Dio ti è vicino. È vicino a colui che soffre. È vicino a chi geme. È vicino a chi è affaticato ed oppresso da qualsiasi peso”.
Col tempo queste parole di Gesù acquisteranno un senso ancora più profondo. Con la sua morte, Gesù condividerà in pieno la sofferenza di ogni uomo. Ed ognuno si riconoscerà in Lui. Allo stesso modo ognuno risorgerà con Gesù Risorto.
Quando sarà risorto ed effonderà il suo Spirito sulla comunità, che non sarà più dei morti viventi, ma dei risorti, Gesù stesso sarà presente attraverso la sua stessa Vita nel cuore di ogni credente. E allora la sua Vita, trasmessa dal suo Pane eucaristico, sarà conforto, serenità, riposo, comunione con la sua Persona Divina. Ed allora troveranno senso anche queste altre parole, pronunciate da Gesù a chiusura del Vangelo di questa domenica: “Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero”.

